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11/02/2005
La città incantata di Hayao Miyazaki (Giappone, 2001)
Una bambina finisce con i suoi genitori in un mondo fantastico, abitato da spiriti, streghe e altre strane creature. Se vorrà sopravvivere e tornare alla realtà dovrà dimostrare di essere utile, lavorando duramente nelle terme degli spiriti, e affrontando la strega Yubaba.
Una delle più alte vette mai raggiunte nel cinema d'animazione. Alla quinta (o sesta?) visione La città incantata mantiene inalterato il suo fascino, stregando gli occhi con le immagini (e i colori) di un mondo che sembra sognato da un bambino. Un racconto di formazione, innanzitutto. La storia di una bambina che scopre il valore del lavoro e il senso del dovere (sarà la stessa Chihiro, alla fine, a inistere per mantenere il patto fatto con Yubaba). C'è tutta l'etica della società giapponese nella storia di Chihiro, che scopre che per sopravvivere bisogna essere utili alla società, a tutti i costi. Lavorare incessantemente, perdere il proprio nome per far parte di un organismo sociale più ampio (le terme una metafora dell'azienda giapponese che risucchia in sé i propri impiegati?). Eppure quella che è una dura lezione di vita, una parabola sul crescere, diventa nelle mani di Miyazaki un sogno dai confini sottili. Come in un romanzo di Hoffman qui tutto e tutti sono doppi, e niente è ciò che sembra. Chihiro è Sen, Yubaba è Zeniba, Haku è Nohaku. Un mondo onirico dove si perdono i confini tra le cose, i treni corrono su binari d'acqua e bebé giganteschi vengono traformati in topolini. Inutile, è un capolavoro. Da vedere e rivedere fino alla noia (che non arriverà).
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