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22/12/2004
Bad Guy di Kim Ki-duk (Sud Corea, 2000)
Un magnaccia taciturno è ossessionato da una giovane studentessa incontrata per caso. Un giorno, dopo averla baciata in pubblico con la forza, viene pestato da un gruppo di militari. Riuscirà a ottenere la sua vendetta, e fra i due nascerà una relazione indefinibile...
Ferro 3 è stato una folgorazione per gran parte degli spettatori, ed è iniziata (per me e altri cinebloggers) un'attenta opera di ricerca per completare ogni possibile falla sul cinema di Kim. Bad Guy, a detta di molti, è il suo film più significativo. Forse addirittura il migliore. Kim (come Wong, come Kitano) da bravo regista-autore gira sempre lo stesso film. O meglio: parla (e mostra) sempre le stesse cose. I silenzi, l'amore, la violenza e lo stupore del mondo. Ma ciò che colpisce di più nel cinema di Kim è la sua coscienza del corpo attoriale. La capacità, condivisa con pochi altri registi, di parlare di amore, solitudini, attrazioni inspiegabili attraverso l'esclusivo uso del corpo dell'attore. Un cinema di carne, mai di parola. La parola è sempre una glossa, un ad marginem, una citazione relegata ai confini del testo filmico.
Bad Guy è anch'esso un film di carne. Di corpi denudati e maltrattati nello squallore di un bordello, con la complicità voyeuristica dell'occhio spettatoriale, che assiste nella penombra al freddo scempio della messinscena. Però. Però Kim osa troppo. Alcune trovate appaiono forzate, e il finale, spiazzante, convince poco. Ciò non toglie che Bad Guy sia comunque un film capace di regalare inquadrature indimenticabili a occhi affamati di bellezza. Il bacio rubato attraverso il vetro è un'altra di quelle immagini che lasciano una traccia.
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