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17/12/2004
Jingi Naki Tatakai aka Battle without honor and humanity di Kinji Fukusaku (Giappone, 1973)
 Hiroshima. All'indomani della bomba la crisi economica e le incertezze sociali sono un terreno fertile per la yakuza. E' da qui che parte l'ascesa spietata del clan Yamamori e di Shozo Hirono, yakuza che crede ancora nel codice d'onore in un periodo in cui il profitto è ormai l'unica ragione di esistenza della yakuza.
Il primo capitolo della serie dedicata all'ascesa del clan Yamamori della prefettura di Hiroshima è probabilmente il film più significativo di Fukusaku. Jingi Naki Tatakai è senza alcun dubbio il modello di riferimento quando si parla degli yakuza eiga degli anni '70. Fukusaku riprende la stile semidocumentaristico inaugurato da Gendai yakuza e lo spinge al massimo realizzando il miglior jitsuroku eiga della sua carriera. Camera a mano, montaggio veloce, fermi immagine. Tutto il film è una rassegna delle tecniche usate negli stessi anni anche dal nuovo cinema americano. Per la completezza del racconto, articolato in 5 episodi (più tre spuri) che vanno dal 1949 agli anni '70, molti lo hanno paragonato al Padrino di Coppola. In realtà siamo più dalle parti del Mean Streets di Scorsese, con la sua rilettura sporca della mitologia collegata alla mala italiana. Shozo Hirono (l'eccezionale Sugawara) è un gokudô inattuale, l'ultimo esponente di un passato ormai dimenticato fatto di onore e rituali. La yakuza è un covo di principi machiavellici, e il codice jingi è un pesante orpello del passato ridotto a puro ornamento. Faide, amputazioni di braccia (due nei primi 5 minuti!), tradimenti. Un vero trattato sulla malavita organizzata giapponese, ispirato a un romanzo-verità sulla yakuza di Hiroshima. Il film da vedere per conoscere un regista senza il quale Miike e Kitano, probabilmente, non sarebbero gli stessi.
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