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16/12/2004
Tomie di Aitaru Oikawa (Giappone, 1999)
 Tsukiko, una studentessa di fotografia, tenta attraverso una terapia ipnotica di scoprire cosa c'è nel suo passato. Nell'appartamento sotto il suo viene ad abitare un bizzarro ragazzo, che porta con sé una misteriosa scatola. Un detective che sta investigando su uno strano omicidio troverà nel passato di Tsukiko il nome che sta cercando: Tomie...
Un horror (ma ne siamo così sicuri?) ambiguo e lento. Tratto da un manga, Tomie è stato accusato di cavalcare l'ondata del nuovo horror giapponese (ringu in primis) senza essere all'altezza degli altri sfidanti. Il paragone con ringu & co. è quantomeno azzeccato: anche qui la circolarità (come anche in Ju-On) è traccia mostruosa e inquietante perché metafora psicoanalitica dell'incompleta rimozione del trauma, che sempre ritorna. La regia di Oikawa, quasi documentaristica nella sua essenzialità, non mi è dispiaciuta. Così come l'idea del personaggio di Tomie (che non sto qua a raccontarvi onde evitare fastidiosi spoiler). La questione è un'altra: il film è scritto male e un po' presuntuoso. Scritto male perché è inaccettabile che si debbano spiegare allo spettatore i punti oscuri della storia con un lungo, e ingiustificato, monologo del detective. Presuntuoso perché mescola le carte per confondere la mente dello spettatore (avete presente Suicide Club?) e arrivare a un finale "aperto". Non è così brutto come dicono, ma sicuramente neanche fondamentale. Per rimanere in ambito adolescenziale andate a vedere Uzumaki, almeno vi fate quattro risate.
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