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21/01/2008
Paranoid park di Gus Van Sant (Usa-Francia, 2007)

Sospeso, intimo, rarefatto. L'ultimo film dell'enfant prodige Gus Van Sant è un umile e sincero saggio su come il cinema può ancora stupire. Senza orpelli, effetti speciali o altri gingilli. Solo obiettivi, dissolvenze, sfocato e, massima concessione, qualche grana grossa con ammiccamenti al video (anche se digitale).
Paranoid park è, innanzitutto, un piacere per gli occhi. E non solo grazie allo splendido, quasi banale dirlo, lavoro di Doyle alla fotografia. Ma per la delicatezza con cui il regista di Portland ritrae, insegue, coccola, sfoca il suo mondo di adolescenti spaesati e inquieti. Costretti a fare i conti con qualcosa (la morte, le proprie responsabilità) di più grande di loro. Qualcosa che i loro genitori, entità esterne come lo erano gli adulti/oboe dei peanuts animati, non sono stati per primi in grado di affrontare.
A impreziosire il tutto, il bel lavoro sulla sceneggiatura. Che intreccia, insegue, ripete e chiarisce eventi apparentemente insignificanti. Chiarendo gli "sfocati" della trama, proprio come farebbe una macchina da presa. La morte, che fa capolino solo una volta, è tanto violenta quanto assurda. Eppure, come Alex, restiamo basiti. Incapaci di comprenderla.
P.s.
Per convincere un potenziale spettatore si potrebbe parlare anche della spietata, sottesa, critica al modus operandi statunitense tout court. Nei rapporti, tanto interpersonali che internazionali. Non credo ce ne sia bisogno.
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