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26/02/2006

Mind Game di Masaaki Yuasa (Giappone, 2004)



Nishi, timido e impacciato autore di manga, muore quasi per caso ucciso da uno yakuza. Si ritroverà al cospetto di Dio, poi di nuovo in vita per le strade di Tokyo e, infine, nel ventre di una gigantesca balena, in compagnia di due donne e un vecchio pazzo.

Fino a che punto può spingersi la sperimentazione prima di trasformarsi in noia spettatoriale? Ecco una buona domanda da porsi dinanzi a un film di animazione come Mind Game.
Diretto da Masaaki Yuasa, sceneggiatore dello splendido Nekojiru sou, Mind Game dimostra che, tirata per le lunghe, qualsiasi pretesa di sperimentalismo visivo e antinarrativo perde di mordente, e annoia. Se infatti i primi dieci minuti di Mind Game sono opera di puro genio, basti pensare alla grandiosa ricostruzione degli ultimi secondi di vita di Nishi o al delirante dialogo con Dio, il resto del film scorre con difficoltà, impantanandosi in una non-trama ricorsiva che alla lunga annoia abbastanza.
Splendidi i colori, splendide le immagini, splendide tutte le tecniche di animazione utilizzate (dalle più tradizionali alle più moderne): eppure non si può fare a meno di pensare che una buona metà del film sia un 'in più'.
Unico nel suo genere, e quindi meritevole di visione, ma non regge il confronto con la folgorante essenzialità di Nekojiru sou.

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11/02/2006

Hausu di Nobuhiko Obayashi (Giappone, 1977)



Sette studentesse in vacanza. La meta? Una casa isolata, dove vive la zia zitella di una di loro. La villa, però, nasconde qualcosa di strano, e le ragazze cominceranno a sparire una dopo l'altra.

Grottesco, fumettistico, kitsch. Irresistibile, insomma, a patto di stare al gioco e pensare solo a ridere di fronte a una messa in scena volutamente naif e di cattivo gusto.
Horror nelle premesse, non certo nei risultati (anche se risulta difficile credere che Obayashi non abbia visto Argento), Hausu possiede la rara capacità di essere, al contempo, un film popolare e di nicchia. Popolare perché pesca a piene mani nella cultura pop giapponese, con risultati a volte sorprendenti. Di nicchia perché Obayashi non è stupido e costruisce, in piena autonomia, un quadretto kitsch-pop dove il trattamento grafico riservato alle immagini rasenta la sperimentazione (o l'abominio).
Dietro le sette ninfette protagoniste, monodimensionali come le passioni che le caratterizzano (la musica, le arti marziali, il cibo, ecc...), ci sono le pagine stropicciate di molti manga. Dietro la storia, invece, la più tradizionale rappresentazione della ghost house, con un pizzico di Agatha Christie.
Eppure, in questo mare di cattivo gusto e di sangue, qualcosa di buono si trova. E' proprio il lavoro sulla qualità grafica delle immagini, che rende Hausu un prodotto quasi sperimentale, vicino al videoclip e ai cartoon.
Per appassionati e cultori del kitsch, non certo per filologi del new horror.

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09/02/2006

Yotsuya Kaidan di Kenji Misumi (Giappone, 1959)



Lemon, samurai decaduto e un po' pigro, vive alla giornata insieme alla moglie Oiwa, devota e fedele al marito nonostante i modi bruschi del primo. Quando una giovane nobildonna, figlia di un potente signorotto, si innamorerà di Oiwa scatterà immediatamente un piano per far fuori la fedele mogliettina. Diventata fantasma Oiwa tornerà tra i vivi per avere la sua vendetta.

Adattamento cinematografico, fra i tanti, di Tokaido Yotsuya Kaidan, dramma Kabuki di Nanboku Tsuruya, Yotsuya Kaidan ha il merito di travestirsi da semplice jidaijeki (film in costume) per i primi tre quarti fino a diventare, all'improvviso, un horror fantastico e perturbante.
Un film, soprattutto, pieno di quei motivi iconografici che faranno la fortuna di tanto new horror degli ultimi quindici anni: donne fantasma in cerca di vendetta, lunghi capelli neri che cadono, volti sfigurati e mani decomposte che spuntano fuoi da pozze d'acqua. Quasi superfluo, insomma, indicare in film come questo le radici di tanto new horror, da Nakata a Shimizu: quelle radici, in realtà, scavano a fondo fino al Kabuki.
A dirigere il tutto Kenji Misumi, apprezzatissimo e versatile regista di genere, specializzato in drammi in costume e, soprattutto, maestro del chanbara storico: da Zatoichi a Lone Wolf & Cub. Il risultato è un film per filologi del new horror, appassionati di cinema giapponese ma, anche, per tutti quelli che apprezzano il buon cinema.

p.s.
visto che non avevo un'immagine del film ho messo una foto della rappresentazione Kabuki di Tokaido Yotsuya Kaidan. Spero la apprezzerete...

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