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29/11/2005
Caché (Niente da nascondere) di Michael Haneke (Francia, Austria, Germania e Italia, 2005)

Georges, conduttore di un talk-show letterario in tv, comincia a ricevere delle strane videocassette, accompagnate da macabri disegni. Preoccupato per la sicurezza della sua famiglia deciderà di rivolgersi alla polizia, che rifiuta però di aiutarlo. Inizia così un'indagine che porterà Geroges a riscoprire il suo passato...
Un thriller sottile e sinuoso. Una riflessione quasi filosofica sull'incertezza dello sguardo. La denuncia di un passato recente e vergognoso, rimosso con noncuranza dalla Francia più borghese. L'ultimo lavoro di Haneke è, senza dubbio, un film che merita attenzione. E la merita per la capacità che ha il regista tedesco di riflettere per immagini, di usare il testo filmico come prolungamento di una riflessione teorico-filosofica che affonda le sue radici altrove. Una riflessione sulla crisi dello sguardo, sull'assenza di una sua sostanziale veridicità, che mette continuamente in discussione ciò che lo spettatore vede, o crede di vedere. In un gioco di nascondimento ed esibizione che è anche la vita del protagonista, interpretato da Daniel Auteuil, straordinario borghese piccolo piccolo alle prese con i fantasmi del passato, e con la paura di perdere tutto. Regia rigida, coerente, senza sbavature: campi lunghi o lunghissimi, piani sequenza, macchina da presa immobile. Meritatissimo, insomma, il premio come migliore regia a Cannes, così come il premio FIPRESCI e quello della giuria ecumenica. Il cinema europeo che vorremmo vedere. Sempre.
28/11/2005
Mr. Vendetta di Chan-wook Park (Sud Corea, 2002)

Un ragazzo sordomuto, per aiutare la sorella malata, decide di rapire la bambina del suo datore di lavoro e chiedere un riscatto. Ma le cose non andranno per il verso giusto, e una spirale di violenza e vendetta avvolgerà tutti i protogonisti della vicenda.
Il primo capitolo della trilogia sulla vendetta di Park, autore di spicco della nuova scuola coreana, è una cupa riflessione sul desolante triangolo emarginazione-violenza-vendetta. Mr. Vendetta (distribuito in Italia in Dvd sull'onda del successo di Oldboy) non possiede la geometrica precisione di Oldboy, né la brillante follia di Sympathy for lady Vengeance . Nasce anzi da una solenne sproporzione tra una prima parte, stiracchiata, lenta, "d'autore", e una seconda parte di "presunta" azione, satura di violenza brutale e vendette inesorabili. Vendette che si intersecano, spezzandosi e spazzandosi via, in una scelta di scrittura che è un vero marchio di fabbrica del regista. Una sproporzione voluta, dice giustamente qualcuno. Una sproporzione che funziona, bisogna aggiungere, perché rende ancora più brillante il finale: sofferto e paradossale. Forse il film meno compiuto della trilogia, non per questo il meno interessante. Straordinario Kang Ho-Song, sospeso e dolente self-made man in modalità berserk. Da vedere, non fosse altro che per completare l'insano trittico di Park. Inutile dire che da queste parti Oldboy riscuote più successo.
23/11/2005
The call - Non rispondere di Takashi Miike (Giappone, 2003)

Una ragazza riceve uno strano messaggio nella segretaria telefonica del suo cellulare: le sue urla e una data futura, che corrisponderà esattamente al momento della sua morte. Quello che sembra uno scherzo macabro si trasforma presto in un'epidemia di morte finché Yumi, una studentessa amica della vittima, non troverà la spiegazione di quello che sta accadendo.
Il primo film a essere distribuito in Italia di Takashi Miike, regista che da queste parte si ama molto (al punto da averne fatto una tesi di laurea), è un bignami sul new horror giapponese degli ultimi dieci anni. Proprio per questo The call è costato non pochi rimproveri a Miike, accusato di aver perso la sua originalità, di essersi venduto al mercato (quale?), e di essersi, irrimediabilmente, compromesso. In realtà con The call Miike, da bravo autore-termite, dimostra anche stavolta che il cinema è necessità, non virtù. Ben venga quindi la breve conversione all'horror 'da vendere' e non 'da subire'. Ben venga, anche, la cannibalizzazione selvaggia dei maestri del genere (la santa triade Nakata, Shimizu, Kurosawa) se il risultato è un film che riesce, davvero, a fare paura. Niente di originale, ha obiettato qualcuno. Ma Miike ha già fatto abbastanza, e altro farà, di originale e quindi The call non è che la prova della sua, mai smentita, duttilità. Unica vera pecca del film, invece, la continua ricerca del colpo di scena, che porta la sceneggiatura ad arrancare non poco. In The call, però, di paura ce n'è, e tanto basta. Ai fan di vecchia data, infine, rimane il dolce piacere di apprezzare davvero il finale, criptico e straniante come da tradizione. Da far vedere agli amici per fare nuovi proseliti. Poi gli si darà dell'altro Miike.
22/11/2005
Ab-normal beauty di Oxide Pang Chun (HK, 2004)

Jiney, una studentessa di arte appassionata di fotografia, sviluppa un'insana passione per la morte, che diventa il centro della sua ricerca fotografica. Mentre in lei cresce l'ossessione di essere una potenziale assassina un misterioso ammiratore inizierà a perseguitarla, inviandole macabre videocassette che filmano efferati omicidi.
Un film sbilanciato, che parte bene, si spezza nel mezzo e crolla sul finale. Separatosi dall'inseparabile fratello, che con lui ha firmato i tre The Eye, Oxide Pang Chun gira un horror interessante nelle premesse, ma sconfortante negli sviluppi. La prima parte del film funziona e la regia riesce, senza esagerare, ad accompagnare Jiney nella spirale di necrofilia che la inghiotte. Il gioco però dura poco e il film si sgretola tra pacificanti (e fasulli) happy ending e flashback fastidiosi e banali, approdando a un finale confuso fatto di snuff movie poco credibili e un maniaco omicida bidimensionale, ridotto a pura comparsa. Peccato: perché la protagonista è bellissima e la violenza della messinscena faceva ben sperare. Sarà per un'altra volta.
11/11/2005
Dopo i due post qua sotto, e in attesa di parlare di un Pang e di un Miike, mi scuso con i pochi lettori che sono passati in questa landa desolata nell'ultimo mese. Bologna, grazie al caro sindaco, negli ultimi giorni è stata un posto un po' caldo e il lavoro ha annullato i miei tempi di scrittura su blog. Me ne dispiaccio e me ne scuso, così come mi cruccio di non poter passare quotidinamente a leggere i miei blog preferiti (li potete trovare nella colonnina a destra). Volevo solo dirvi che anche se nella bloggosfera mi si vede sempre meno un po' mi mancate... (sigh, sob, lacrime di commozione e applausi, lui si allontana nella penombra mentre il dolly si solleva indietreggiando con un carrellata...)
10/11/2005
La sposa siriana di Eran Riklis (Francia/Germania/Israele, 2004)

In un villaggio druso sulle alture del Golan, tra il lago Tiberiade e il monte Hermon, Mona si sta preparando al matrimonio combinato con Tallel, giovane star della televisione siriana. Sposandosi con Tallel Mona dovrà abbandonare per sempre i territori occupati e la sua famiglia, diventando a tutti gli effetti una cittadina siriana. Il matrimonio, però, sarà più difficile del previsto.
Un film bellissimo, toccante, sincero: ma soprattutto un esempio di cinema politico che fa male raccontando le storie della gente comune. Riklis, regista israelinao di formazione europea, racconta con disarmante semplicità la storia di un'unione destinata, irrimediabilmente, a dividere. La vita normale di una ragazza normale che si scontra con l'assurdità della burocrazia e con l'assenza, suggerita da una bellissima sequenza di montaggio, di chi dovrebbe tutelare gli interessi del proprio popolo. Lo sfondo, la triste realtà di chi vede negata la propria appartenenza culturale e politica, galleggia fino al primo piano, mentre la storia di Mona sembra quasi eclissarsi e scomparire lentamente, come la protagonista nel desolante finale. Ripeto: il modo più intelligente, e profondo, di fare del cinema politico. Da vedere, assolutamente.
La fabbrica di cioccolato di Tim Burton (Stati Uniti/Gran Bretagna/Australia, 2005)

Spassosissimo, coloratissimo, surreale romanzo di formazione (e di critica sociale) cinematografico. Nelle mani di Burton il folle romanzo di Dahl si concretizza in un mondo coloratissimo, ambiguo e matto quanto il suo padrone: Willy Wonka, un Johnny Deep misantropo e in grandissima forma. Obbligatorio il paragone con l'altro precedente cinematografico della chocolate factory di Dahl, il film di Mel Stuart del 1971. Ed è qui che vien voglia di bacchettare Burton. Perché se è vero che l'immaginario circense burtoniano, e i nuovi mezzi della computer graphic, rendono il film un ininterrotto spettacolo a mascelle aperte, la scelta di ricostruire il passato di Wonka, di umanizzarlo, indebolisce la figura del perturbante cioccolattaio. Il risultato è un Willy Wonka razionalizzato, lontano dall'ambiguo, inquietante e indimenticabile Gene 'occhi a palla' Wilder del film di Stuart. Ma questo è Burton, signori, e il mostro, il freak o chi per lui deve essere più umano dell'umano, anche a costo di diventare didascalici. Ben venga, allora, l'infanzia di Wonka e con lei il buonismo del rassicurante e tranquillizzante finale, se questo è il prezzo da pagare per una tale meraviglia di suoni, colori e luci. Ah già, dimenticavo gli Oompa Loompas: pura follia lisergica, provare per credere.
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