30/06/2005

La foresta dei pugnali volanti di Zhang Yimou (Cina/HK, 2004)



Zhang Yimou ci riprova. Dopo averci illuso per anni, spacciandosi per regista di nicchia, torna sul luogo del misfatto: il wuxiapian, genere popolare per eccellenza. Il misfatto, ce lo ricordiamo tutti, era stato Hero. Film splendidamente confezionato, magnificamente fotografato, ma freddo e gravato dal peso di una retorica reazionario-comunista parecchio irritante.
La foresta dei pugnali volanti, per fortuna, non condivide i difetti della precedente prova di Yimou nel cappa e spada in salsa hongkonghese. Il regista di Lanterne rosse, infatti, confeziona una storia d'amore e gelosie che si intreccia in un complesso ordito di tradimenti e menzogne. E la confeziona con un cura per la messinscena, i dettagli e la fotografia piacevolmente minuziosa.
Una cosa è certa: siamo lontani dalla spettacolarità della rilettura del wuxia di Hero, e ancor di più da quella fatta da Ang Lee nel fantastico La tigre e il dragone. Nonostante questo il film funziona. Azzeccate un paio di scene (quella tra i bambù in particolare), bellissima Zhang Ziyi, notevoli Lau e Kaneshiro. Godibile. Voci (confermate?) dicono che Yimou non farà un terzo wuxia. Peccato.

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22/06/2005

Izo di Takashi Miike (Jap, 2004)

Un samurai viene brutalmente massacrato dal suo oyabun. La rabbia e il desiderio di vendetta lo trasformeranno in un inarrestabile demone, che viaggerà nel tempo e nello spazio massacrando tutto e tutti per ottenere la sua vendetta.


Già la breve sinossi qui sopra dovrebbe far capire qualcosa: Izo non è un film narrativo. Piuttosto è l'esplicita traduzione in immagini della poetica di uno dei registi giapponesi più interessanti degli ultimi venti anni. Anarchia, violenza, massacro, incoerenza. C'è tutto Miike in Izo, forse troppo.
Perché Izo è un film apertamente metaforico, politico. Un manifesto audiovisivo sulla violenza della storia e l'inutilità delle rivoluzioni, che aggiungono sangue al sangue.
Ed è proprio nella chiara metafora che sta alla base di Izo, unico segno di coerenza all'interno di un ininterrotto e frammentario massacro, che si trova l'unica chiave di volta per comprendere e apprezzare il film. Visivamente, narrativamente, celebralmente eccessivo e ridondante. Al contempo la metafora che è Izo è anche il punto più debole del film, che si trasforma in un pamphlet concettuale un po' freddo.
Insomma: un film difficile, che delude molti, entusiasma pochi, lascia indifferenti gli altri. Personalmente non lo ritengo un fallimento completo. Di certo, però, non è un film di Miike che consiglierei a chi non lo conosce ancora.
Comunque da vedere: per capire fino a dove può arrivare un regista che quando fa qualcosa, e di cose lui ne fa, riesce sempre a stupirci. Nel bene e nel male.

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18/06/2005

La moustache di Emmanuel Carrère (Francia, 2005)



Un uomo decide di tagliarsi i baffi che ha tenuto per dieci anni, ma nessuno sembra accorgersene. Anzi: tutti sostengono che egli non li abbia mai portati. Da quel momento in poi l'uomo crollerà in una spirale di paranoia, assistendo alla dissoluzione della sua vita senza poter far nulla...

Un po' Gogol, un po' Kafka. Il primo film di Emmanuel Carrère, talentuoso scrittore francese, è l'adattamento di un suo surreale romanzo del 1986. La storia di Marc, che lentamente sprofonda nella paranoia più cupa, è un viaggio inquietante che si snoda tra Parigi e Hong Kong. Bravissomo Vincent Lindon, alienato protagonista dagli occhi sgranati, che scopre lentamente che il suo passato non esiste nella mente degli altri. Il film lascia aperti molti interrogativi, e regala allo spettatore un senso di vaga inquietudine che rimane anche fuori dalla sala.
Interessante, che se rimane la sensazione che Carrère avrebbe dovuto osare di più nel mettere su schermo il suo romanzo.

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Nobody knows di Hirokazu Koreeda (Jap, 2003)

Una madre irresponsabile e assente. Quattro bambini, la cui esistenza è sconosciuta al resto del mondo, abbandonati a se stessi. Un monolocale che si trasforma lentamente in un tugurio invivibile. Attorno l'indifferenza di vicini e negozianti. In una metropoli dove nessuno conosce la miseria di quattro bambini che non esistono...

Un film straordinario, leggero, sofferto. Koreeda trasforma una storia vera, tragica, in una splendida opera sull'infanzia e l'abbandono. Un pugno nello stomaco contro l'irresponsabilità di certi genitori, ma anche verso una società decisamente menefreghista. Già la scena iniziale, con il terribile viaggio dei bambini nella valigia, è un duro colpo. La regia è leggera, lontana dagli eccessi per cui è famoso il cinema giapponese contemporaneo. Piuttosto si nota un'attentenzione evidente ai dettagli e ai gesti, anche i più piccoli, dei quattro protagonisti.
Eccezionale l'interpretazione del piccolo Yuya Yagira, giustamente premiato l'anno scorso come miglior attore a Cannes. Splendide le immagini di vita quotidiana dei piccoli protagonisti, costretti loro malgrado all'isolamento dal resto del mondo e desiderosi di una normalità che non gli è concessa.
Un film struggente e luminoso. L'unica critica che gli si può muovere è una durata forse eccessiva (141 minuti). Per il resto Nobody knows è un'opera emozionante e bellissima, da vedere assolutamente, pronti alla malinconia che vi avvolgerà.

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17/06/2005

A Bittersweet Life di Ji-woon Kim (Sud Corea, 2005)

Sun-woo, gangster infallibile e spietato, viene incaricato dal proprio boss, Kang, di sorvegliare la giovane fidanzata nei giorni della sua assenza. Quando Sun-woo sorprenderà la ragazza con un uomo non dirà nulla al boss, risparmiandole la vita. Da quel momento in poi Kang gli scatenerà contro l'intera famiglia...


Ji-woon Kim, versatile regista coreano conosciuto in Italia solo per l'affascinante Two Sisters, torna dietro la macchina da presa dopo due anni per confezionare un noir nella più pura tradizione del genere, soprattutto quella europea. Una struttura narrativa classica, una delle storie più abusate nel cinema gansteristico (il gangster che sgarra e si trova ad affrontare il suo vecchio clan), una messa in scena elegante e attenta al dettaglio.
Nulla di nuovo, insomma. Eppure Kim riesce a mescolare citazionismo colto (da Melville a Leone) con quello più popolare (il cinema d'azione hongkonghese), senza risultare noioso o pedante. Anzi. A Bittersweet Life ha molte carte da giocare: l'eleganza di fotografia e  messinscena, la bravura del protagonista (l'atletico Lee Byung-hun, perfetto nel ruolo del gangster impeccabile), il cammino autodistruttivo e senza speranza di Sun-woo, che trascina con sé un vortice di distruzione.
Qualcuno ha parlato, e non a torto, del Samurai di Melville. In realtà A Bittersweet Life è un film volutamente meticcio, che piacerà a chi non rifiuta le contaminazioni. Personalmente, nella sottile linea che separa noir e azione, è uno dei film più riusciti che ho visto negli ultimi tempi.

Questo regista, non dimentichiamolo, ha anche ispirato Miike...

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15/06/2005

The Bow di Kim Ki-duk (Sud Corea, 2005)

L'ultimo lavoro di Kim non mi è piaciuto. E non mi è piaciuto per quelle ragioni che altri cinebloggers citano tra le "facili accuse" al film, quando invece ne sono gli evidenti difetti.
Kim continua la sua esplorazione dell'amore violento, in tutte le sue forme, anche le più innaturali. Un vecchio ossessionato da una ragazzina, che ha cresciuto come una figlia, desideroso di sposarla e possederla. Nessuno scandalo, per carità. La leggerenza e l'eleganza di Kim la conoscono tutti i suoi spettatori, appassionati e non. La questione è un altra.
Man mano che il film si avvia alla conclusione Kim spinge metafore, lirismo, astrazione e simbolismi a dei livelli francamente imbarazzanti. Non voglio abbandonarmi a spoiler, la visione vi chiarirà cosa intendo. Personalmente, pur avendo adorato Ferro 3, trovo che The Bow sia un passo indietro rispetto a quel lavoro, pur proseguendo la stessa tendenza astrattiva. Lasciare in silenzio i propri protagonisti per tutto il film non basta. Diverso era il silenzio di Ferro 3, in cui quel "Ti amo" esplodeva letteralmente, nello struggente abbraccio a tre del finale. Nessuna via di mezzo: The Bow lo amerete o non vi piacerà affatto, date le aspettative (altissime) verso il regista coreano più distribuito in Italia.

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13/06/2005

In questi giorni ho latitato, e me ne scuso.
Per i pochi che sono continuati a passare da queste parti non trovando mai un post nuovo sappiate che:
- ho passato un bellissimo week-end a Roma
- il lavoro va bene (e quindi il blog un po' peggio...)
- ho visto un pregevolissimo documentario su Danilo Dolci realizzato da Alberto Castiglione al Biografilmfestival di Bologna (chi era costui?)
- posterò qualcosa di vagamente interessante al più presto

saluti&baci,
cineblob

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Ferro 3 - la casa vuota
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Giù per il tubo
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