(will not be corrupted by tumblr)

29/11/2004

Fritz il gatto di Ralph Bakshi (USA 1972)

Il primo cartone animato vietato ai minori della storia. Fritz il gatto, ispirato al personaggio creato dal fumettista underground Robert Crumb, è l'allucinato racconto delle avventure di un gatto ninfomane nell'america freak degli anni '60, fra pantere nere, hell's angels e orgette condite da abbondanti nuvole di ganja.
Leggenda vuole che Crumb abbia disconosciuto totalmente la paternità dell'opera, portata avanti da Bakshi senza il permesso del padre dei Freak Brothers. L'idea di un cartone sporco (nella forma come nei contenuti) è affascinante. Così come un paio di trovate grafiche che deviano la narrazione confusionaria di Bakshi verso la psichedelia. Il massacro lo ha fatto il doppiaggio italiano, che trasforma Fritz in Romeo il gatto del Colosseo (e vi ho detto tutto) e i neri di Brooklyn (qui corvi) in improbabili milanesi. Forse uno dei film che più sono stati distrutti dai poco rispettosi traduttori italiani.
Una chicca inquietante: l'antisemitismo delle scene nella sinogoga. Più politicamente scorretto di così....



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Babbo Natale è venuto presto quest'anno (thanx to gokachu x la striscia)

Un altro ridente pacco da Hong Kong ha percorso migliaia di miglia per la gioia dei miei occhi affamati.
Questa volta c'erano dentro:
- The Quiet Family
- The Happiness of the Katakutis
- Angel Dust
- Another Heaven
- Tomie
- The Haunted School
- Tell Me Something

[...]

Giusto per rendervi partecipi della mia gioia infantile ;)















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28/11/2004

Suicide Club (aka Suicide Circle) di Shion Sono (Giappone 2002)

Una strana catena di suicidi collettivi investe Tokyo. Nel tentativo di scoprire il perché di questa epidemia la polizia scopre un misterioso sito web, che forse ha qualche collegamento con ciò che sta avvenendo.

Un horror assolutamente anticonvenzionale, forse neanche un horror in fondo. Shion Sono tratta i corpi (delle studentesse, soprattutto) come carne da macello, e la sequenza iniziale (con i suoi ettolitri di sangue) rimane impressa nella memoria a lungo. Le premesse sono interessanti: un misterioso club dei suicidi, un sito web criptico, un investigatore determinato. Peccato però che il film si perda per strada, accumulando scene e soluzioni narrative che, pur avendo un notevole impatto visivo, risultano poi slegate, e rendono il film simile al rotolo di pezzi di pelle cuciti insieme della foto sotto (ma ne vogliamo parlare di questa esplosione segnica della figura del cerchio nella new wave horror giapponese? o no?).
Un po' dispiace. L'impressione è che Sono voglia stregarci con delle trovate visive più o meno azzeccate, senza preoccuparsi più di tanto della storia che si arena qua e là sfilacciandosi.
Inquietanti i collegamenti fra questo film e la serie di Evangelion: dall'impostazione "teatrale" del finale ai dubbi filosofici su individuo e collettività. Assolutamente fuori luogo (e per questo spassosissimo) il siparietto Rocky Horror con tanto di glam-band sadica. Io e Zucco siamo rimasti senza parole.







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26/11/2004

CineTrivia - Visto oggi (solo per solutori con stomaco forte)



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25/11/2004

Yoidore tenshi (L'angelo ubriaco) di Akira Kurosawa (Giappone 1948)

Un dottore alcolizzato decide di curare uno yakuza arrogante malato di tubercolosi. Tra i due nascerà una breve amicizia, fra le rovine della guerra e gli squallidi night club in mano ai gangster. Quando dal carcere tornerà il vecchio boss del quartiere le cose cambieranno.

Un noir sociale. Il ritratto di questa strana coppia di protagonisti, diversi ma complementari, diventa un modo per parlare dello squallore del dopoguerra con un tocco neorealistico.
Kurosawa è poco interessato alla mitologia yakuza. Di più: la smonta completamente attraverso le parole del bizzarro dottore, che deride tatuaggi, codici d'onore e atteggiamenti da duro.
Gli esseri umani brulicano attorno alla pozza stagnate nel mezzo del quartiere proprie come le zanzare di cui si lamentano tanto, e l'impressione che rimane è quella di un microcosmo derelitto dove tutti lottano allo stesso modo per sopravvivere, e nessuno è salvo (neanche il dottore, con la sua dipendenza dall'alcool).
La fotografia è quella del noir (forti chiaroscuri, luci incidenti), gli schemi oppositivi anche (criminale buono vs. criminale cattivo, donna fatale vs. donna che redime), gli intenti sono quelli dell'umanesimo di Kurosawa.
Straordinaria la sequenza del sogno di Matsunaga, inseguito da se stesso grazie a una sovrimpressione, così come lo scontro finale fra i due yakuza, stilizzato e patetico come la mimica eccessiva dei protagonisti.
Fu il primo film a ritrarre degli yakuza nel dopoguerra, e anche uno dei lavori del maestro giapponese che più risentirono dell'influenza americana (non dimentichiamo che l'occupazione finì soltanto nel 1952).
Per i nostalgici del genere.











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15/11/2004

Ashes of time di Kar Wai Wong (Hong Kong / China / Taiwan 1994)


Piccola premessa: come hanno già detto il mio lato oscuro e l'immaginario la proiezione (se così la si può chiamare...) è stata di pessima qualità. Niente pellicola, ma un dvd orribile. Sottotitoli in inglese che tagliavano, con una striscia nera, le immagini. Sottotitoli in italiano SEMPRE fuori sincrono. Insomma, non mi sentirei neanche autorizzato a parlarne avendolo visto così... comunque...

Un wuxiapian in assenza. Invece dei combattimenti i sentimenti. La citazione che apre il film è una dichiarazione di poetica del regista, interessato più alle frenesie del cuore che a quelle della spada. I pochi stralci di combattimenti si stiracchiano in ralenti confusi e ipnotici.
Su tutto, come sempre nel cinema di Wong, i turbamenti del cuore. I tumulti, per parafrasare la citazione buddista che apre il film. Addii, solitudini, dubbi, amour fou. Alla fotografia Doyle, che strega gli occhi. Fra gli interpreti tutti i migliori attori cinesi. Noi speriamo venga rimasterizzato e distribuito in sala. Chissà...







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Hero di Zhang Yimou (Hong Kong / China 2002)


Un eroe senza nome, la cui abilità con la spada è impareggiabile, viene ammesso al cospetto del re di Qin, sovrano deciso a unificare tutti i regni di Cina in un unico impero. Al re racconterà l'assassinio di tre più temibili assassini della Cina, gli unici esseri in grado di minacciare il re di Qin nel suo progetto di espansione imperiale.

Un difficile parto distributivo. Atteso da un paio di anni nelle sale il maestoso wuxiapian di Yimou vi è arrivato grazie alla pressione di un grosso (e oltremodo stimato) fan della cinematografia asiatica tout court.
Yimou realizza un kolossal maestoso ed elegante, curatissimo nei dettagli (fotografia, coreografie, ambientazioni), forse un po' meno nella caratterizzazione dei personaggi, che nonostante le loro abilità leggendarie rimangono bidimensionali per tutto il corso del film. L'intreccio a là Rashomon funziona (e divertono le alternanze comatiche delle differenti versioni). Quello che infastidisce veramente è la connotazione ideologica che macchia un'opera del genere. E ne sminuisce, in parte, i meriti artistici. Un film da vedere, non da ascoltare.

- piccolo trivia - Qualcuno nota qualcosa di strano in questa foto...?







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14/11/2004

Hero di Zhang Yimou - Prima impressione (domani qualcosa di sensato)

Sfido chiunque a scrivere qualcosa su questo film senza usare le seguenti cinque espressioni:

- estetico/estetizzante
- colori saturi
- doyle
- reazionario/nazionalista
- visivamente impressionante

Io domani ci proverò... ;)









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Happy Together di Kar Wai Wong (Hong Kong 1997)

Due ragazzi, Yiu-Fai e Po-Wing, arrivano in Argentina da Hong Kong per vedere le cascate. Durante il loro viaggio però qualcosa si incrina, e i due si separeranno, per ritrovarsi e riperdersi continuamente in attesa di riuscire a tornare a Hong Kong.

Parlare di Wong significa parlare di amori struggenti, baci non dati, frasi sussurrate. Un cinema fatto di sentimenti profondi e mai ricambiati, di perdite e abbandoni, di memoria. Happy Together, l'ultimo lavoro di Wong prima di In the mood for love, è un'ulteriore storia di amori e solitudini, vissuta in squallide stanze d'albergo e locali fumosi affollati da turisti chiassosi e ballerini di tango. Ma se In the mood for love le parole erano sussurrate in un albero per tenerle segrete, qui i singhiozzi del protagonista sono affidati a un registratore che li restituisce all'oceano nella splendida sequenza finale.
Le tracce Wonghiane ci sono tutte: ralenti, ellissi, raffinati movimenti di macchina, e una fotografia ipnotica (sempre dell'eccellente Doyle). Tony Leung è perfetto come al solito, qualsiasi ruolo interpreti (qui è un gay innamorato di un ragazzo che continua a sfuggirgli). Eppure, nonostante l'innegabile fascino dello stile di Wong, il film non si solleva mai del tutto, ed è lontano dai picchi che il regista raggiungerà tre anni dopo. Da vedere, comunque, per ricordarsi che i grandi autori girano sempre lo stesso film.






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12/11/2004


Domenica. Ore 18. Cinema Lumiere. Ma soprattutto... IN PELLICOLA. (finalmente).

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Fudoh: the new generation
Full metal gokudô
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Gola profonda
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