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25/10/2004
Il dittatore dello stato libero di Bananas di Woody Allen (USA, 1971)
Fielding Mellish, colladautore di bizzarri prodotti industriali, si innamora di Nancy, una svampita militante della sinistra americana. Dopo essere stato lasciato farà un viaggio nel piccolo stato di Bananas, fantomatica nazione del Sud America dove è in corso la rivoluzione di cui gli parlava Nancy. Dopo improbabili avvenimenti si ritroverà a fare il presidente del nuovo stato rivoluzionario.
Una demenziale parabola sull'interventismo americano, nonché su ciò che un uomo può arrivare a fare pur di piacere a una donna. L'Allen del terzo lungometraggio è scatenato e ipercinetico (bellissimo l'autointerrogatorio in tribunale). Il film accumula senza sosta una quantità smodata di gag pythoniane e alcune battute ormai storiche ("Avevo un buon rapporto, direi, con i miei genitori. Di rado mi picchiavano. Anzi, credo che mi picchiarono, in effetti, un'unica volta, durante l'infanzia. Cominciarono a picchiarmi di santa ragione il 23 dicembre del 1942 e smisero nel '44, a primavera inoltrata."). Nonostante sembri un'innocua (e spassosa) commedia demenziale, Bananas (questo il titolo originale) lancia una serie di frecciate alla politica estera americana che non si dimeticano facilmente (il dialogo fra i soldati inviati in aereo dalla CIA è imperdibile). Il momento più esilarante: il discorso del rivoluzionario Esposito al popolo. Puro genio.
Se volete sapere com'è andata con il documentario...
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22/10/2004
COMUNICATO A BLOG UNIFICATI - Cineblob / Fuorisede / Mandaglioimmaginario
La BMR production (di cui il vostro blogger costituisce la R) è lieta di comunicarvi la proiezione in anteprima assoluta del documentario "Deviazioni per Rave", realizzato in occasione della Street Rave Parade 2004 - Bologna. La proiezione avrà luogo alle 21:30 ca durante la Festa del Raccolto organizzata dal TPO di Bologna (Viale Lenin, 3). A visione ultimata il pubblico potrà godere della performance dell'artista BUGO. ACCOLLATEVELA.
BMR
20/10/2004
Nihon kuroshakai aka Ley Lines di Takashi Miike (Giappone 1999)
Due fratelli cino-giapponesi, insieme a un amico, abbandonano il loro piccolo paese di campagna per trasferirsi a Tokyo. Lì inizieranno a spacciare toluene e a frequentare una prostituta legata alla mafia cinese. Quando i loro progetti di vita li faranno scontrare con la triade dovranno abbandonare la città.
Si conclude con questo piccolo capolavoro la trilogia tematica di Miike dedicata alla "società nera" (kuroshakai) giapponese. Questa volta, come fa notare Tom Mes, la società nera del titolo è il Giappone stesso, spietato nell'escludere e discriminare chi non è un giapponese puro. Nonostante l'intreccio non sia nulla di particolarmente originale Miike, grazie anche all'indispensabile aiuto del direttore della fotografia Naosuke Imaizumi (con cui non collaborava da Shinjuku Triad Society), realizza uno yakuza eiga carico di nostalgia e poesia. Un film lontano anni luce dagli eccessi di Shinjuku e di Fudoh. La storia di una amicizia nata fra emarginati, tra spaccio, sesso e desiderio di fuga. Da se stessi, da un paese che ti respinge, da una vita ai limiti della società. Miike rinuncia al ritmo e alla velocità per raccontare una storia di squallore quotidiano ed emarginazione. Una storia carica di nostalgia (bellissimi i filtri degrade che rendono il paese di origine dei due fratelli un puro luogo della memoria) e di una speranza disperata nel futuro (la struggente sequenza finale). Qualcuno dirà che questo non è il vero Miike. Io lo trovo semplicemente uno dei suoi lavori migliori. Consigliato ai Kitaniani.
16/10/2004
Rainy Dog di Takashi Miike (Giappone 1997)
Yuuji, uno yakuza in esilio a Taiwan, sopravvive a Taipei come killer su commissione. Quando la sua ex donna gli affiderà il figlio sordo, Cheng, Yuuji vi si affezionerà lentamente, coinvolgendolo nella sua vita fatta di omicidi e postriboli. Tradito dal boss di Taipei, per cui lavorava, dovrà lottare da solo per proteggere la sua nuova donna, una prostituta di nome Lily, e il figlio Cheng.
Un noir puro. Lento, malinconico, a tratti romantico A un anno dall'ipertrofia criminal-manga di Fudoh Miike realizza un film che dimostra la sua versatilità e il suo talento. Accompagnato dal fedele Sho Aikawa, perfetto come sempre nella parte del gangster taciturno, Miike gira uno yakuza eiga cupo e lento, riflessivo e appassionato. Girato quasi totalemente in una Taipei brulicante e piovosa fino all'inverosimile, Rainy Dog è una vera e propria prova di maturità nella filmografia sterminata del regista giapponese. Un film sulla solitudine e sull'affetto. Anzi sulla nascita dell'affetto (di Yuuji per il figlio, di Cheng per il cane, di Lily per Cheng e Yuuji). Yuuji, straniero in terra straniera, tenta di costruirsi una nuova famiglia, una famiglia ai margini della società (uno yakuza, un bambino sordo, e una prostituta cino-giapponese). Non a caso i tre si rifugeranno su una spiaggia, luogo simbolo per eccellenza di marginalità e isolamento. E proprio quando abbandoneranno quel limbo andranno incontro alla disfatta. Potrebbe essere un film di un Kitano più cupo e malinconico del solito, ma la presenza di certi temi onnipresenti nel cinema di Miike (il deradicamento dei personaggi, la mescolanza di etnie diverse, la diversità come trait d'union dei personaggi ecc...) confermano la sua piena appartenenza al regista dell'altrettanto sentito "The bird people in China". Da vedere assolutamente, soprattutto se avete dei dubbi sul valore di un regista che ha fatto gavetta per dieci anni nel Video, senza mai rinnegarlo. Vi ricrederete.
11/10/2004
Fudoh: the new generation di Takashi Miike (Giappone 1996)
Un giovane rampollo della yakuza, Riki, assiste impotente all'assasinio del fratello Ryu da parte del padre. Ryu infatti ha sbagliato e il consiglio ha chiesto al padre di rimediare agli errori del figlio. Dieci anni dopo Riki, ormai adolescente, è pronto, insieme al suo esercito di giovani killer, per una spietata scalata al potere all'interno dell'organizzazione. Una scalata che non risparmierà nessuno.
Uno dei tanti esperimenti di Miike sullo yakuza eiga. Questa volta tocca al manga, per essere precisi a un'opera di Hitoshi Tanimura, stravolgere le regole del genere nel tentativo di attirare nuovo pubblico in un periodo di crisi (non dimentichiamo che la Toei aveva dichiarato di aver realizzato il suo ultimo film di yakuza nel 1994). Fudoh, pensato inzialmente per la distribuzione in video, è uno dei film più riusciti del Miike immaturo. Paradossale e manghesco come pochi altri film (la studentessa ermafrodita che lancia freccette dalla vagina è inimmaginabile finché non la si vede all'opera) è una parabola violenta ed eccessiva sul conflitto generazionale, tema particolarmente caro al cinema contemporaneo giapponese (basti pensare al successo dei due Battle Royale). Sono già presenti in nuce molti dei temi cari al regista, temi che in seguito verranno esplorati con insistenza nelle sue opere successive. La violenza parossistica e ipercinetica, la rottura con le tradizioni, gli eccessi visivi (i bambini che giocano a calcio con la testa del professore di inglese non si dimenticano). Uno dei film più leggeri di Miike, irrinunciabile all'interno della vasta produzione del regista. Qualche anno dopo Miike ritornerà a tradurre in immagini un manga, ma i risultati saranno decisamente diversi...
07/10/2004
Lavorare con lentezza di Guido Chiesa (Italia 2004)
Guido Chiesa, dopo essersi già occupato di Radio Alice, torna a parlare dei gloriosi (ma sono stati davvero tali?) giorni della radio libera bolognese per eccellenza. E lo fa con leggerezza, un budget basso e una sceneggiatura a cui hanno partecipato i Wu Ming (e si vede). La storia della radio nata nel 1975 a Bologna in Via del Pratello, e diventata la voce degli scontri del '77, si trasforma in una sorta di favola dolceamara sulle speranze di quei giovani, le loro illusioni, i loro sogni e, forse, i loro errori. Interessante, e questo è probabilmente merito dei Wu Ming, come la storia dei due protagonisti, ladri loro malgrado, si mescoli per caso con le avventure dei giovani di Radio Alice. Spassosi i siparietti con i vecchi bolognesi in osteria (ma esistono ancora?), naif l'idea di risolvere parte degli eventi con spezzoni che fanno il verso alle comiche di un tempo. Però. Però è un film che può essere apprezzato totalmente solo da chi quei giorni li ha vissuti, o ha studiato a Bologna nel mito della Bologna che fu. I movimenti studenteschi sembrano generarsi dal nulla e il film si piega troppo su se stesso per dire qualcosa al di là delle risate (di ottima fattura, per carità) che riesce a suscitare. Se avesse avuto più coraggio, e meno faccia tosta, sarebbe stato decisamente più interessante. Così rimane un'innocua apologia, rischiando di diventare un "American Graffiti" per habitué di Via del Pratello.
Dead or alive: Final di Takashi Miike (Giappone 2002)
Si conclude con la fantascienza la delirante (anti)trilogia di Miike. Dopo aver mescolato poliziesco e manga nel primo episodio, e aver rifatto Kitano nel secondo, con questo terzo capitolo Miike ci spedisce in un futuro remoto e distopico, eppure terribilmente simile al presente. In una delle ultime roccaforti della civiltà un dittatore omosessuale, con delle bizzarre idee sull’amore, obbliga il popolo ad assumere una droga che causa sterilità. Al suo servizio il truce Riki Takeuchi, determinato luogotenente dal cuore tenero. Dall'altro parte della barricata, ad aiutare i ribelli che difendono il proprio diritto alla procreazione, c'è il replicante Ryo (Sho Aikawa), macchina da guerra dal cuore umano.
Da molti punti di vista DOA final è il film più debole della serie. L’intreccio è piuttosto semplice, e gran parte delle trovate narrative vengono fuori dall’universo di Philip Dick (o dal famosissimo film di Scott, se preferite). Fra i tre film della serie, preso a sé, è sicuramente quello che funziona meno. Anche il finale spiazzante (marchio di fabbrica a Miikeland), per quanto delirante e inimmaginabile, è pur sempre qualcosa di prevedibile per uno spettatore che conosca il cinema di Miike.
Lo salviamo per tre ragioni: - il modo in cui il regista ricicla i celeberrimi effetti speciali che hanno fatto la fortuna di Matrix, strappandoci un sorriso - Sho Aikawa, che nella parte di un replicante ossigenato (vi viene in mente qualcuno?) è spassosissimo - il finale, che si trasforma in chiave di lettura intetestuale per l'intera trilogia
Di certo non è il primo film che mostrerei agli amici per avvicinarli al cinema di Miike. Consigliato solo ai fan del suddetto regista, che si divertiranno a trovare tutte le autocitazioni di cui il film è pieno, e a tutti quelli che hanno bisogno di completare una trilogia per avere il cuore in pace. Io non ho ancora visto “Il ritorno del re” e non me ne vergogno... 
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03/10/2004
Full metal gokudô di Takashi Miike (Giappone 1997)
Uno yakuza impacciato tenta come può di sopravvivere tra i maltrattamenti dei suoi superiori. Ucciso in un agguato, insieme a un gokudô più anziano ed esperto, ritornerà a vivere come cyborg sotto i ferri di uno scienziato pazzo. Trasformato in una inarrestabile macchina da guerra sarà pronto per cercare vendetta.
Nel 1997, ad appena due anni dalla sua prima incursione fuori dal V shinema, Miike prende lo yakuza mono e lo farcisce fino a farlo scoppiare. Di cosa? Di tutto quello che gli passa per la testa in quel momento. La comicità slapstick del manzai, il cyberpunk del secondo Tetsuo, le desolazioni marine del migliore Kitano. Per il resto lascia libero sfogo alla sua personalissima idea di cinema. Ed ecco sadismo, torture, spruzzi di sangue degni dei vecchi chambara, e ridicole mascherine per nascondere enormi attributi maschili. FMG è il figlio spurio e volutamente demente di Robocop, non c'è alcun dubbio. A volte si ha quasi l'impressione di assistere a una variazione sul tema "cyborg mio malgrado". Lo spettatore deve fare come il regista: non prendere nulla sul serio e divertirsi. Alle volte ci si riesce, altre no. In compenso FMG ci regala dei momenti di puro delirio, e dei massacri che faranno la gioia degli appassionati. Un B-Movie d'autore che sa di esserlo e se ne compiace continuamente. Spassosissima la strategia di difesa del protagonista. E' pur sempre un Original Video. I mezzi sono pochi (e si vede), ma Miike fa di necessità virtù e aggiunge un tassello sicuramente significativo alla sua sterminata produzione.
Un grazie, più che dovuto, al mio lato oscuro , che mi ha prestato la sua copia del suddetto delirio ;)
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