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28/09/2004
Ju-on: Rancore (Ju-on: The Grudge - Giappone 2003) di Takashi Shimizu
La cosiddetta new-wave horror nipponica ha generato molti figli. Alcuni, più fortunati, hanno trovato una distribuzione anche in Italia e sono diventati un cult fra gli appassionati del genere (si parla di Ringu, ovviamente). Altri, malgrado le loro innegabili qualità, sono passati sotto silenzio e sono disponibili solo su importazione (o con una buona connessione in fibra ottica). Ju-on appartiene alla prima specie. Nato come prodotto televisivo in due puntate, rigirato in due parti per il cinema (ecco spiegato il mistero dei quattro Ju-on, che ha impegnato il mio pomeriggio), e presto (ri)girato dallo stesso Shimizu per Hollywood (che non smette di fagocitare leve asiatiche). In Italia è stato distribuito in DVD e ha riscosso un discreto successo, grazie soprattutto all'onda horror di cui si parlava poco sopra.
L'idea potrebbe essere anche interessante. Una maledizione che si propaga come un virus e sembra non poter essere fermata. Una normalissima casa nasconde un dramma che ha generato questo rancore implacabile. E un bambino, condizione necessaria e sufficiente per gran parte degli horror made in Japan, in grado di suscitare inquietudine e terrore nello spettatore. Shimizu affila i coltelli, e con l'aiuto del maestro Kurosawa (qui produttore esecutivo) realizza un film che affonda le sue radici in una delle più famose tradizioni del Giappone: il Kabuki. Le maschere bianche dei fantasmi, la loro mimica facciale, i movimenti meccanici e stilizzati, sono tutti elementi che collegano con un sottile filo rosso i fantasmi vendicativi di Ju-on alla storie tradizionali di fantasmi e al teatro Kabuki. Shimizu però osa di più, e spezza la diegesi in capitoli. Capitoli che si susseguono senza alcun rispetto per la sequenza cronologica degli eventi, intrappolando lo spettatore, e i protagonisti, in una circolarità narrativa che è l'equivalente strutturale della maledizione che li imprigiona. Peccato che la realizzazione non sia all'altezza di tutto ciò. C'è molto poca regia (andate a vedere "Dark Water" o "Two sisters" per capire cosa intendo). La fotografia è piuttosto trascurata, e il film risente dell'originale impianto televisivo. Sarebbe potuto essere un capolavoro, e ci dispiace. Un'ultima pallottola va sparata sul doppiaggio italiano: abominevole. Se potete vedetelo in lingua originale con i sottotitoli: non ve ne pentirete.
26/09/2004
Ta-dà! Cineblob supporta il raduno di cinebloggers (puri e spuri) e mostra orgoglioso il bannerino in alto a destra. Accorrete numerosi! :)
p.s. ho visto l'altra sera "Ju-On: Rancore" in DIVX... abbastanza deluso mi prendo il mio tempo per postare qualcosa...
p.p.s. voglio Gokachu al raduno... altrimenti con chi posso parlare di "Quiet Family" o "Tell me something"? :-/
19/09/2004
Dead or Alive 2 di Takashi Miike (Giappone 2000)
Si può fare il sequel dell'apocalisse? Se ti chiami Takashi Miike la risposta è si. Abbandonata ogni coerenza narrativa (e non solo) con il precedente episodio, Miike gira uno yakuza movie più delicato, lento, intimista. Del primo "Dead or alive" rimangono soltanto le spoglie mortali. I due protagonisti, il regista (ovviamente), e qualche riferimento ammiccante (il braccio robotico di Sho Aikawa durante la recita, visto che quello vero lo aveva perso nello scontro finale del primo "Dead or alive"). Miike si fa beffe di una delle istituzioni del cinema d'azione: il sequel. E lo spettatore si trova di fronte a un film totalmente nuovo e fresco, che non ha praticamente alcun rapporto sostanziale con il precedente. "Dead or alive 2" non è una corsa frenetica di montaggio e violenza manga. Chi si aspetta la stessa dose di questi ingredienti vista nel primo episodio rimarrà deluso. Piuttosto è un film quasi Kitaniano (già mi pento di aver inventato questo aggettivo). I due yakuza solitari, la nostalgia per l'infanzia, il gioco come momento di assoluta fuga dal mondo. Addirittura una recita in maschera per bambini, con espliciti riferimenti sessuali, alternata in montaggio al massacro fra un clan cinese e uno giapponese. Eppure rimane profondamente un film Made in Miikeland. Il cadavere dal pene gigante, le ali dei due angeli vendicatori, le tra pallottole che uccidono il nano come in un videogame. Miike non rinuncia mai al suo cinema ludico, fatto di stupore e shock per il pubblico. Ma qui lo fa con una sensibilità diversa, e una malinconia particolare. Una lancia a parte va spezzata per i due protagonisti, che qui hanno spazio sufficiente per mostrare di non essere solo due facce da gangster. E per Tsukamoto, che gigioneggia sullo schermo in una performance irresistibile.
18/09/2004
CineBloB Trivia - Visto nel pomeriggio
16/09/2004
Io no di Simona Izzo e Ricky Tognazzi (Italia 2003)
Ogni tanto bisogna essere spietati. E dire che un film, francamente, è inguardabile. Ecco, "io no" è proprio uno di quei casi. Gioca a fare il film raffinato. Narratori multipli intradiegetici che si alternano, piani temporali che si sovrappongono, piani sequenza che si susseguono. Ma la premiata ditta Izzo-Tognazzi non è Paul Thomas Anderson. E il gioco diventa presto un detestabile polpettone sentimentale, in cui le sfighe di questa coppia di fratelli (una versione cafona dei fratelli di "La meglio gioventù") si susseguono a un ritmo tale da sfriorare il ridicolo. E fare sbellicare dalle risate il vostro cineblogger preferito. All'ennesimo incidente mortale sono scoppiato a ridere con violenza. Fastidioso, scritto male, recitato male. Il cinema italiano che non vorremmo vedere. E che non vorremmo più affittare in dvd...
Uzumaki di Higuchinsky (Giappone 2000)
In un piccolo paesino di campagna cominciano a verificarsi strani episodi: suicidi inspiegabili, mutazioni inquietanti, incidenti mortali. Tutto sembra iniziare dalla strana passione di un uomo (il bravissimo Ren Osugi) per le spirali. Ben presto i presagi nefasti si trasformeranno in qualcosa di peggio...
Iconograficamente ridontante (spirali ovunque, anche sui paesaggi...). Manghesco (non a caso, visto che è tratto da un opera di Junji Itô). Spaesante (angoli di ripresa improbabili, movimenti di macchina circolari, abbondante uso del grandangolare). Uzumaki è un prodotto bizzarro e, per questo, possiede un fascino particolare. Un horror psichedelico e ipnotico, con un taglio da manga capace di suscitare spesso ilarità nello spettatore. Adolescenziale quanto basta per essere divertente, con un paio di immagini davvero memorabili (gli studenti-lumaca che strisciano sulla facciata della scuola), e con una cura maniacale per i dettagli (la stanza delle spirali dove si rinchiude il padre di Shuichi è perfetta). Il regista (vero nome Akihiro Higuchi) viene dal mondo dei videoclip, e si vede. Se ne subisce il fascino qualche tempo dopo la visione. Forse un film troppo giapponese per piacere a tutti.
13/09/2004
CinEBloB Trivia - Visto oggi

10/09/2004
Two sisters di Kim Ji-Woon (Sud Corea, 2003)
Due sorelle adolescenti ritornano nella loro vecchia casa. Non sappiamo dove siano state, o cosa abbiamo fatto prima. Sappiamo solo che ad attenderle trovano una perfida matrigna e un padre assente. I fatti che inizieranno a verificarsi dal loro ritorno diventeranno via via più spaventosi...
Una splendida favola horror. Gli ingredienti ci sono tutti: la matrigna cattiva, due cenerentole maltrattate, un maniero elegante e glaciale. Ingredienti mescolati con sapienza da Ji-Woon, che realizza un horror sorprendente per eleganza e perfezione stilistica. Il lavoro di Ji-Woon dietro la macchina da presa è eccellente, specie quando si scatena in ambigui piani sequenza, o in ermetici flashback intermittenti. La fotografia è di una eleganza quasi di maniera, con un'abbondanza di toni freddi e saturi capaci di rendere palpabile l'atmosfera della villa in cui si svolge la vicenda. La villa. "Two sisters", come era già accaduto in "Dark Water", si concentra soprattutto sulla rappresentazione dello spazio per suscitare angoscia e tensione. L'unità di luogo (da sempre gradita a Ji-Woon, si veda il suo "Quiet Family", poi rifatto da Miike), unita all'atmosfera angosciante che pervade ogni fototgramma, genera una sorta di claustrofobia dello sguardo spettatoriale, intrappolato con le due sorelle nei perversi meccanismi delle dinamiche familiari e della psiche adolescenziale. Claustrofobia che, guarda caso, è la chiave di volta per la comprensione dell'intero film. La cupa magione delle due fantasmatiche sorelline entra di diritto fra gli edifici più angoscianti nella storia del cinema horror, insieme alla tante villete a la Bates e ai deserti palazzoni a la Overlook Hotel. (memorandum: perché non dedicare un saggio, o una tesi di semiotica del cinema, alla rappresentazione dell'ambiente abitativo nel cinema horror? distinguendo innanzitutto due vie alternative: l'ambiente familiare e il non-luogo abitativo ... wow...). Chi si aspetta un horror fatto di urla e salti sulla poltrona rimarrà deluso. "Two sisters" più che terrorizzare, costruisce angoscia. Lentamente e progressivamente. E lo fa con una maestria che merita attenzione.
le cose che non ci si aspetta a volte sono le migliori.
ieri notte, ad esempio, dopo la delusione per il tutto esaurito al "Pinocchio Nero", interessante esperimento teatrale recitato da ragazzi delle slums di Nairobi, torno a casa e mi piazzo davanti alla tv.
E raiuno in notturna mi regala una scorpacciata inaspettata di cinema cinetico-fumettoso.
Dall'una alle 3 il divertimento tecno-ludico di Lola Corre. Raffinato esercizio di narrazione circolare del tedesco Tom Tykwer, pluripremiato al Sundance. E dalle 3 alle 5 il grandguignol pulp-grottesco della premiata ditta Stone-TaraNTino: Natural Born Killers. Film che contiene già in sé i germi del Quentin a venire. E che in passato avevo decisamente sottovalutato... mea culpa...
so che è odioso, ma per colpa della Ghezzi factory ora, ogni volta che scrivo TaraNTino, scattano di riflesso le maiuscole...
06/09/2004
Hypnosis di Masayuki Ochiai (Giappone 1999)
Una strana catena di suicidi mette in crisi la polizia di Tokyo. Una ragazza corre fino a frantumarsi le gambe. Un uomo si getta inspiegabilmente da un palazzo. Uno sposo si strangola durante il ricevimento di nozze. Troppe coincidenze li accomunano, così come una frase che torna ricorrente sulle labbra delle vittime: "Green Monkey". Toccherà al detective Sakurai, aiutato dal giovane psicologo Saga, investigare sulla misteriosa relazione tra questi casi. Fino a ipotizzare che forse l'ipnosi può essere una spiegazione…
Si apre con una macabra panoramica horror di suicidi questo bizzarro e affascinante thriller tratto dal romanzo di Keisuke Matsuoka. E si srotola come un thriller americano degli ultimi anni. Gli stessi ritmi, la stessa regia, un intreccio simile, e la stessa caratterizzazione dei personaggi (il detective anziano, il giovane e affascinante psicologo, i colleghi scettici). Nel finale però Hypnosis vira bruscamente verso le proprie origini, abbandonandosi al soprannaturale perturbante che tanto deve alle storie tradizionali di fantasmi e demoni giapponesi. E così gli stilemi della new wave horror a la japonaise vengono fuori. Indubbiamente siamo di fronte a un'opera interessante. Non fosse altro per il fascino che le transizioni ipnotiche e certe travate di montaggio suscitano nello spettatore. Uno stile a metà fra un certo espressionismo tedesco e il "Vertigo" di Hitchcock. La fotografia è ben fatta (rossi saturi e freddi grigi su tutto), gli attori fanno il loro lavoro egregiamente, e i suicidi (omicidi) sfiorano spesso le trovate dei surrealisti (lo psicologo che si lava la faccia col fuoco non si scorda facilmente). Guardando meglio qualche difetto si trova. Un intreccio un po' troppo forzato, soprattutto nel finale, che mescola ingredienti troppo eterogenei nel calderone chiamato comprensione. E un ritmo piuttosto fiacco nella prima parte del film. Ma anche se privo della forza disturbante di film come "Dark Water" Hypnosis resta comunque un thriller sopra la media, dai risvolti sociali intriganti (l'ipnosi come arma di distrazione di massa) e preoccupanti. Visione consigliata.
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