Se vi stavate chiedendo che fine avesse fatto la bellissima Eihi Shiina, ospite fissa dei vostri incubi erotico-masochisti più estremi dopo Audition, ora lo sapete.
Ma c'è già chi ne parla (giustamente) male.
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04/05/2008
Steamboy di Katsuhiro Ôtomo (Jap, 2004)
Un giovane inventore, che vive alla periferia della Londra vittoriana, riceve dal nonno (anche lui inventore) un misterioso pacco. Il contenuto, una potente fonte d'energia chiamata Steamball, fa però gola a una organizzazione che bussà alla porta del giovane. E a Rei non resterà che fuggire alla ricerca del nonno, mentre inizierà a scoprire i poteri del manufatto.
A volte, purtroppo, non bastano 2.000 animatori che lavorano incessantemente 24 ore su 24. Perché se l'idea non è buona, e la sceneggiatura è anche peggio, il risultato non lo garantirà certo la tecnica.
Ecco, è duro da dire, soprattutto da parte di chi come me ha adorato i precedenti lavori (in tutti i formati) di Ôtomo, ma Steamboy è davvero, davvero, una delusione. Sì, l'ambientazione è favolosa. L'animazione è eccellente. Le macchine volanti steampunk sembrano uscite dai sogni di un meccanico vittoriano in acido. Ma tutto il resto non è all'altezza. E Steamboy arranca: arranca dietro una sceneggiatura un po' banalotta, arranca dietro personaggi piatti. Arranca dietro dei dialoghi che, francamente, ti verrebbe voglia di picchiare chi li ha scritti ("Ah, la scienza! La scienza! E l'uomo! E il potere!"). Triste dover scrivere così dell'ultimo lavoro di un autore che, con Akira, costruiva il cyberpunk mentre William Gibson aveva appena iniziato a immaginarlo per noi.
Quel pomeriggio di un giorno da cani di Sidney Lumet (Usa, 1975)
Un uomo organizza un colpo in banca per pagare l'operazione al suo amante che vuole cambiare sesso. Ma la polizia arriva prima della fuga: e quella che doveva essere una rapina "fuori in sessanta secondi" si trasforma nella più lunga diretta televisiva nella storia della cronaca nera americana.
C'è tutta la nevrosi, la confusione e la disperazione degli anni '70 americani nello sguardo che Al Pacino sfoggia con fierezza quando urla alla folla fuori dalla banca di Quel pomeriggio di un giorno da cani. Basato su un fatto di cronaca realmente accaduto, il film di Lumet mette in scena le gesta di John Wojtowicz e la rapina che il 22 agosto 1972 tenne Brooklyn, e mezza America collegata in diretta tv, con il fiato sospeso.
Unità di luogo, di azione e (quasi) di tempo: tre condizioni sotto le quali Lumet ha già dimostrato, anni prima e con Peter Fonda, di saper lavorare magistralmente. E anche qui la celluloide si trasforma in miracolo: regia netta, complusiva e sapiente. Attori straordinari. E svariate decine di premi a seguire.
Ma Quel pomeriggio di un giorno da cani, oltre che una raffinata rilfessione sul circo mediatico all'opera, è innanzitutto un thriller teso e misurato, come solo i grandi capolavori sanno essere. E, come i grandi capolavori, riesce a scavare dentro psicologie e sentimenti dei personaggi con la delicatezza di chi ha molto da dire. Splendido.
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18/04/2008
Perfect blue di Satoshi Kon (Jap, 1997)
Mima, una giovane idol giapponese, lascia il mondo della musica per una poco promettente carriera come attrice. Presto le persone che lavorano intorno a lei inizieranno a morire. E lei capirà che qualcuno non ha gradito la scelta.
Di thriller psicologici animati, in circolazione, non ce ne sono molti. E basterebbe la rarità del prodotto per una visione. Ma Perfect blue merita la vostra attenzione al di là di mere questioni accidentali. Perché il primo lungometraggio animato di Satoshi Kon, ispirato da un romanzo di Yoshikazu Takeuchi, è un thriller sapientemente concentrato sul tema del doppio e del successo a tutti i costi.
Dovremmo ringraziare il terremoto, che nel '95 ne impedì la realizzazione in film, se oggi possiamo gustarci (anche in italiano, per i più pigri) una delle opere di animazione giapponese più interessanti del decennio scorso. Kon, al suo esordio, mostra già la sua mano: mescolando sapientemente realtà, sogno, immaginazione e finzione scenica. Molti anni dopo, abbattutta ogni soglia di realismo, l'approdo non potrà che essere il viaggio di Paprika.
Un gruppo di tre barboni malamente assortito (un uomo di mezza età, un gay e una ragazzina scappata di casa) trovano un neonato nell'immondizia alla vigilia di Natale. Invece di riportarlo alla polizia si imbarcheranno in una frenetica ricerca per riportare il piccolo alla madre.
Per fortuna, ogni tanto, capita che qualche distributore italiano si accorga che il cinema di animazione non è per forza una roba da preadolescenti. E provi a portare nelle sale italiane un prodotto di animazione pensato, scritto e diretto per chi ha più di dodici anni. Se poi quel prodotto è un lavoro di uno dei maestri dell'animazione giapponese contemporanea, lo spettatore è anche fortunato.
Tokyo Godfathers, terza prova alla regia del giustamente distribuito Satoshi Kon, è una piccola e preziosa commedia di Natale. Una lunga galoppata, stile Fuori orario (il film di Scorses, mica Ghezzi), che avrebbe tutti gli elementi per diventare sdolcinata e patetica (bimbo nei rifiuti, barboni, vigilia di Natale), ma che invece riesce a essere un lavoro pieno di ritmo e gag azzeccate.
Dietro la patina di una commedia allegrotta e leggera, come se non bastasse, Kon costringe lo spettatore a riflettere sul dramma sociale che opprime migliaia di giapponesi, finiti per le strade di Tokyo perché incapaci di adattarsi a un capitalismo tanto frenetico quanto spietato. La mano dell'autore, anche stavolta, si riconosce: nei tanti piccoli tocchi surreali e onirici che incrinano spesso la veridicità della narrazione. Per poi essere ricondotti alla realtà dei fatti (la "fata" che salva uno dei barboni, dopo qualche minuto, si dimostrerà solo un travestito).
Dopo il "piccolo" successo nelle sale italiane del 2004, Kon ha avuto la fortuna di essere distribuito ancora nel Belpaese. O piuttosto: quella fortuna l'abbiamo avuto noi. Che con Paprika, finito in concorso a Venezia (!!!), abbiamo visto una delle più deliranti odissee animate mai arrivate sul grande schermo.
Un minatore arriva nel villaggio di Fengije, inondato per volontà dello Stato, alla ricerca dell'ex moglie bambina che non vede da anni. Intanto anche una donna fa lo stesso viaggio, alla ricerca del marito fedifrago e assente. Le due coppie si ritroveranno, solo una di ricomporrà.
Il Leone d'Oro 2006 al Festival del Cinema di Venezia è una sonora delusione. Perché va bene il coraggio di mostrare una Cina allo sbando: rurale, ma già postindustriale. Postatomica, quasi, vista la desolazione che alberga tra la distruzione che si autoinfligge. Ma il neorealismo, a tratti magico, in salsa Shanxi del giovane regista cinese lascia davvero il tempo che trova. E il tempo, in questo film, è davvero troppo. Still Life è lento, lento, lento. E la lentezza non porta da nessuna parte, al contrario di quanto avviene in altri registi asiatici più talentuosi. Zhang Ke Jia, forse, vorrebbe un po' essere Antonioni. Non lo è. Gli va riconosciuto, comunque, un talento particolare per la composizione dell'inquadratura: difficilmente banale, quasi sempre da contemplare come lo scatto di un reporter magnum. Non basta, purtroppo, a salvare un film.
"Voglio che tu costruisca una statua di un dio dalla testa equina che protegga quest'isola. Avrà tre teste ed undici code. Dev'essere coronata dalla testa di un cavallo vivo. E' il mio sogno, da 30 anni. Usa carne umana per costruirla".
Un giovane chirurgo si ritrova intrappolato in un'istituto di igiene mentale. Riuscire a evadere e tenterà di riscoprire il suo passato con l'aiuto di una ragazza incontrata per strada. Dopo aver scoperto da un quotidiano che un uomo a lui identico è morto, ne prenderà il posto: vivendone la vita lussuosa fino ad approadare all'isola di proprietà del padre di quest'ultimo. Dove scoprirà finalmente le ragioni del suo viaggio.
Chiunque si avvicinasse a Horrors of malformed men attirato dalla sua fama di film maledetto, rimarrebbe deluso. Per una semplice ragione: se il film di Ishii è stato praticamente bandito in Giappone fino ai giorni nostri non è per l'oltraggiosità delle sue immagini, né per la crudezza delle torture che mette in scena. Ishii stesso ha fatto ben di peggio in altri lavori, senza subire il boicottaggio dei censori.
Ciò che ha reso Horrors of malformed men un film proibito, piuttosto, è la rappresentazione esplicita, disincantata e un po' rabbiosa della deformità postatomica che condannò due intere prefetture giapponesi alla fine del secondo conflitto mondiale. A poco più di vent'anni dalla bombe sganciate sul giappone dagli alleati, Ishii sbatte in faccia i propri concittadini deformità mostruose molto simili a quelle causate dalle bombe degli alleati. Evita sapientemente di parlare di atomica, ma affida il messaggio alla danza Butoh che anima i suoi personaggi: genere nato nel secondo dopoguerra proprio per rappresentare spasmi e angosce delle vittime atomiche.
L'equazione, in patria, l'hanno fatta in fretta. E il film di Ishii è stato chiuso negli archivi per anni. Vederlo ora riesce ancora a stupire, e molto, per la potenza della sua rappresentazione, che mescola danza Butoh, psichedelia, thriller e horror, in quello che giustamente può essere considerato uno dei film chiave del genere ero goru nansensu. Japanxploitation, per intenderci. Horrors of Malformed Men è già Jodorowsky, un anno prima di El Topo. Ma è anche il film di chi ha già visto i jump-cut e le macchine a mano della nouvelle vague da poco nata in Europa.
Non ci sono vie di mezzo. Dopo aver seguito la lunga odissea visiva messa in scena da Ishii le strade sono due: vi alzerete un po' disgustati, pensando di aver visto il film più stupido, incoerente e malato che sia mai finito nella vostra videoteca. Oppure vi alzerete sorridenti, perché avete appena assistito al viaggio cinematografico più assurdo, eccessivo ed affascinante, che la cinematografia giapponese ci abbia mai regalato.